Il perché di una via

Riportiamo gli articoli pubblicati sulla nostra rivista informatica Omnibus riguardanti alcune vie del nostro centro.

 

PAOLO RICCA SALERNO
economista

Una delle vie più importanti di Acquedolci, quella che costituisce l’asse viario per eccellenza da est ad ovest (Via Gen. Di Giorgio – Via Ricca Salerno – Corso Italia), è intitolata al prof. Paolo Ricca Salerno.
Questi nasce a San Fratello il 9 Settembre del 1898, da Giuseppe Ricca Salerno e Maria Costa. Si laurea in Giurisprudenza, all’Università di Palermo, il 2 Luglio 1921 discutendo la dissertazione di laurea sul tema ”La discriminazione dei prezzi nei fatti e nella dottrina economica”.
Discepolo di Augusto Graziani (senior), insegna Scienza delle Finanze prima presso la facoltà di Giurisprudenza di Messina (a.a. 1932-33) e poi, dall’a.a. 1936-37 fino al 1951, presso la facoltà di Economia e Commercio di Palermo, della quale diviene anche preside. Ricopre vari incarichi pubblici, tra i quali, quello di membro del Consiglio di Amministrazione del Banco di Sicilia negli anni 1944-1951, nonché, in qualità di esperto, della Commissione preparatoria del progetto di Statuto della Regione Sicilia nel 1945.
Dedica tutta la vita agli studi dell’economia finanziaria. Gli fu di sprone, oltre l’istinto atavico, l’eredità di una ricchissima biblioteca che, assolutamente aggiornata, di tutte le migliori opere italiane e straniere, la quale, insieme all’archivio di un “nutrito e vivace” carteggio intercorso, per oltre un trentennio, fra il padre Giuseppe Ricca Salerno e i più autorevoli economisti d’Europa e d’America, contribuì notevolmente a infervorare il Maestro.
Le sue maggiori opere sono: I costi associati nell’odierna organizzazione dell’impresa (Palermo, 1927); Studi sulla teoria delle tasse (Palermo, 1928); La finanza come problema di scienza (Messina, 1932); Contributo alla teoria economica della finanza (Milano, 1936);La tradizione italiana e i compiti odierni nella scienza delle finanze (Padova 1939).
Muore ad Acquedolci il 18 Luglio 1951.
In ultimo, il ricordo del Magnifico Rettore dell’Università di Palermo, prof. Lauro Chiazzese, dell’amico e collega Paolo Ricca Salerno letto “in solenne assemblea” nel corso della propria relazione annuale:”… Un pensiero particolarmente commosso permettete che io rivolga alla cara memoria di Paolo Ricca Salerno, ordinario di Scienza delle Finanze, rapito al nostro affetto nel fior degli anni, improvvisamente, imprevedibilmente. Dopo alcuni mesi, la sua scomparsa desta ancora nel nostro animo un senso di angoscioso sgomento. Io gli fui fraterno amico, ed ero a Lui legato da quei vincoli di affetto che si saldano indissolubilmente attraverso una quotidiana consuetudine di vita che durò per anni nell’età giovanile; anni ormai lontani, trascorsi insieme a Messina, dove assai giovani entrambi, eravamo agli inizi della carriera universitaria.
Ma non certo l’affetto offusca il mio giudizio, se dico che mai è occorso d’incontrare una tempra altrettanto aristocratica di scienziato e una coscienza morale altrettanto integra”.

Salvatore Natoli

ANTONINO DI GIORGIO
militare e politico

Di Giorgio fu “interventista”. Nel maggio 1915 quando l’Italia entrò in guerra il Cadorna volle che il tenente colonnello Di Giorgio gli fosse vicino, quale ufficiale addetto al Comando Supremo, ma il sodalizio fu di breve durata. Pertanto, il generale Cadorna, lo accontentò trasferendolo al fronte. Per breve tempo il Di Giorgio era stato inviato quale ufficiale di collegamento del Comando Supremo con la 3a Armata. Così, Di Giorgio fu assegnato quale Capo di Stato Maggiore dell’VIII Corpo d’Armata inquadrato nella 2a Armata; egli resse l’incarico con competenza e nel 1915 fu promosso colonnello. Nella primavera del 1916 ebbe la qualifica di colonnello brigadiere ed assunse il Comando Brigata Bisagno (reggimenti fanteria 209° e 210°), unità di nuova formazione costituita con reclute della classe 1896, assegnata al X Corpo d’Armata della I^ Armata. Di Giorgio si distinse con la sua brigata sul fronte del Trentino e contribuì ad arginare l’esercito austriaco nell’estate 1916.

Alla fine d’agosto 1916 il Di Giorgio passò a comandare il IV Raggruppamento Alpini (gruppi 8° e 9°), grande unità a livello di brigata che nelle truppe alpine assumeva questo nome. Questa era una delle formazioni di truppa scelta da montagna destinata a partecipare all’attacco progettato contro l’Ortigara che, però, più volte differito dagli Alti comandi venne lanciato solo nel giugno del 1917 e cioè con grave ritardo. L’unità del Di Giorgio dipendeva dalla 52^ Divisione Alpini del XX Corpo d’Armata, punta di diamante della 6^ Armata già denominata Comando Truppe Altipiani, designato (il XX) per scardinare le difese sull’Ortigara ed aprire la via all’offensiva italiana sulla direttrice del Trentino.
Promosso maggior generale, assunse il comando della 51a Divisione in Valsugana, nel XVIII Corpo d’Armata della 1a Armata. Lo sfondamento nemico a Caporetto colse il Di Giorgio mentre era a Roma, ove si era recato per partecipare alla seduta di riapertura della Camera; nella capitale, però, si ignorava ancora l’entità della rotta che l’esercito stava subendo. Neppure il generale Giardino, ministro della guerra, fu in grado, la sera del 25 ottobre, di fornirgli informazioni; queste giunsero solo l’indomani.
Di Giorgio partì in treno quella sera stessa alla volta di Udine, richiamato d’urgenza al Comando Supremo dal capo di Stato Maggiore. In quell’ora critica, Cadorna aveva pensato di rivolgersi al Di Giorgio. Infatti, il Cadorna dispose tempestivamente, sin dal 26 ottobre, la creazione di una nuova grande unità d’emergenza, un corpo d’armata di formazione, per arginare l’avanzata nemica e coprire la ritirata delle truppe dall’Isonzo.
La decisione d’affidare il Corpo d’Armata Speciale al generale Di Giorgio era un attestato di fiducia in quel grave momento, ma anche un incarico estremamente difficile da assolvere. Si trattava di coprire i ponti del Tagliamento con un corpo d’armata improvvisato costituito da piccole divisioni e reparti minori raccogliticci. Questo eterogeneo raggruppamento, dall’inizio alla fine della sua costituzione, contò una forza attiva di poco più di 8.000 uomini. Il Corpo d’Armata Speciale ebbe vita breve, quattordici giorni in tutto, dal 26 ottobre al 10 novembre. Il Corpo d’Armata Speciale fece quanto era in suo potere. Infine, la sera dell’8 novembre, il Corpo d’Armata Speciale iniziava l’arretramento verso il Piave; armati ed inquadrati, i reparti del Di Giorgio furono gli ultimi ad attraversare il fiume, la mattina del 9 novembre 1917. L’indomani il Corpo d’Armata Speciale, assolto il suo compito, venne sciolto ed il Di Giorgio passò a comandare i resti del XXVII Corpo d’Armata (già del gen. Badoglio) che erano riusciti a salvarsi nella ritirata da Caporetto. Dal 10 novembre egli divenne tenente generale ed assunse le funzioni, l’anzianità ed il trattamento di tenente generale comandante di corpo.
La parte avuta dal Di Giorgio nella difesa del Monte Grappa, durante la prima battaglia, alla guida del XXVII Corpo d’Armata (nella IV Armata) e dopo, nella seconda battaglia del Piave (con l’VIII Armata), dal novembre 1917 al giugno 1918, misero in luce la sua grande competenza tecnica al comando di grandi unità. E’ solo il caso di ricordare che al vittorioso epilogo della guerra il Di Giorgio partecipò ancora alla testa del XXVII Corpo e che la sua unità fu tra le prime ad attraversare il Piave, partecipando all’ultima offensiva. Per aver mantenuto con successo la difesa della parte occidentale del Grappa, nelle battaglie del Piave (sul Montello) e di Vittorio Veneto, Di Giorgio ebbe due promozioni nell’onorificenza dell’Ordine Militare di Savoia (il massimo): venne nominato commendatore e grand’ufficiale.
Finita la guerra, Di Giorgio tornò in politica, ma la pace fu per lui, come per molti altri, assai diversa da come era stata immaginata nel maggio del 1915 e nei seguenti anni di lotta.
Di Giorgio accettò i deliberati di Versailles, ma non si astenne dal criticarne i contenuti e i limiti. Egli mantenne una posizione non solo cauta, ma addirittura moderata nei confronti della questione adriatica. Era per una soluzione di compromesso che fosse accettabile per tutti, che non scontentasse l’Italia e non ne ledesse il prestigio, ma altresì auspicava un’intesa con gli slavi. Fu per Fiume italiana. Avversò il dannunzianesimo. Del poeta non accettò la retorica, né la marcia di Ronchi. Ufficiale di carriera dell’esercito, vincolato da un giuramento di obbedienza, nutrì disgusto per ogni ribellione e sovversione, tanto più se militare o di militari.
Così come aveva disapprovato il dannunzianesimo, egli fu avversario delle intemperanze degli arditi del popolo; altrettanto contrario fu, agli inizi, al fascismo ed alla rozzezza e alla violenza delle camice nere. Ma il Di Giorgio modificò il proprio giudizio quando queste cominciarono a sembrare meno facinorose. Sembrò al Di Giorgio che fosse tornata la calma e che Mussolini offrisse qualche credibilità. Il paese legale aveva, ormai, quel volto ed egli fu indotto a credere nel fascismo mussoliniano, non ancora dittatoriale.
La spinta alla conversione del Di Giorgio può, con ogni probabilità, esser dipesa, come ulteriore avallo di scelta, dal suo amico on. Luigi Federzoni, il maggior esponente politico del movimento nazionalista. La metamorfosi del Di Giorgio, tuttavia, non fu immediata; lo prova la lettera che in data 7 dicembre 1922 il generale spedì, da Acquedolci (suo luogo di residenza nel messinese, dopo la frana di San Fratello), al senatore Luigi Albertini. Di Giorgio non era politicamente un democratico ma credeva nella democrazia come sistema di governo. Nel 1919 Di Giorgio aveva ripresentato la sua candidatura ed era stato confermato: questa volta era stato eletto nella circoscrizione di Messina. Questa città, dopo la guerra, gli aveva conferito la cittadinanza onoraria in riconoscimento dei suoi meriti sin dall’epoca del terremoto nel quale egli aveva perso suo padre. Nelle elezioni del 1921 preferì non rinnovare la candidatura e si ritirò dalla politica, amareggiato dal nuovo corso delle vicende italiane che sperò provvisorie.
Dal 1922 si era ritirato a vita privata, aveva cercato di mettere in sesto le sue modeste risorse economiche, si accingeva a tornare in servizio attivo nell’esercito e finalmente, a 54 anni, prese moglie. Il 6 febbraio 1922 sposò a Palermo la signorina Norina Whitaker, esponente di una famiglia di origine inglese trapiantata in Sicilia sin dai primi dell’ottocento, signorile, altolocata e di stile aristocratico. Si consideri che fu una unione tra persone mature, Norina aveva 37 anni.
Il generale Di Giorgio rimase estraneo alla politica per tutto quell’anno e per buona parte di quello successivo, pur continuando a seguirne le vicende. In questo periodo egli attese esclusivamente agli affari familiari, compì qualche viaggio, quindi, cessato il periodo d’aspettativa, tornò in servizio attivo restando momentaneamente a disposizione. Nella seconda metà dei 1923 il Di Giorgio maturò l’idea di un suo ritorno in politica, come dimostra una lettera del generale Cadorna del 15 settembre. Fu l’on. Federzoni a far incontrare, nell’ottobre del 1923, il generale siciliano con Mussolini che non lo conosceva di persona e ne rimase favorevolmente impressionato.
Di Giorgio era quel fiore all’occhiello che mancava al fascismo siciliano che era sorto tardivamente nell’Isola. Era evidente che una figura di militare e di politico come quella del generale Di Giorgio fosse desiderabile per un rinnovamento che tendeva a presentarsi quale espressione degli ex-combattenti ed in funzione di partito d’ordine. Cominciarono, così, quelle pressioni e quegli inviti di amici e simpatizzanti che finirono per attrarre il Di Giorgio al fascismo. L’avvicinamento, però, avvenne necessariamente al vertice e non in periferia; infatti, sin dal mese di novembre, esisteva già un accordo mediante il quale egli diventava il candidato in pectore di Mussolini per il ministero della Guerra, quale successore di un personaggio di rilievo come il generale Diaz. L’esercito versava ancora nella crisi di smobilitazione del dopo guerra. Era necessario rimediare alle condizioni sfavorevoli delle forze armate; bisognava porre fine in qualche modo al disagio morale e materiale di esse, troppo a lungo trascurate. Le autorità militari sembrava quasi che attendessero su questo banco di prova il fascismo
Il generale Di Giorgio sembrava la persona adatta cui affidare lo spinoso problema. Egli era all’apice della carriera, con un brillante passato di soldato e di parlamentare; offriva solide garanzie politico-professionali a tutti i gruppi di pressione della società italiana. Di Giorgio, poi, era un ufficiale di sicuro attaccamento alla Corona e ciò lo rendeva ben visto a Vittorio Emanuele III. Il generale siciliano era sufficientemente stimato dal partito fascista, ma soprattutto da Mussolini.
Il capo del fascismo non voleva che alcun esponente del suo movimento avesse troppo potere. Era ben visto dalle stesse opposizioni politiche demoliberali, interessate a mantenere l’indipendenza dei militari ed a sottrarli all’influenza del fascismo. Anche le alte gerarchie militari non venivano lese da questa nomina. Mussolini, pertanto, non appena il Diaz manifestò il proprio desiderio di dimettersi, decise d’affidarsi al Di Giorgio dandogli carta bianca.
Era quanto egli si aspettava da tempo e si affrettò ad accettare, spinto dal desiderio di attuare l’ambizioso disegno che aveva sempre accarezzato senza successo. Molte volte, in passato, il Di Giorgio era stato officiato per quell’incarico e sempre aveva dovuto rinunciare. La scelta del Di Giorgio nel 1924 fu, però, un clamoroso fallimento nella dimensione politica; egli, pur essendo ben visto a tutti, finì col non riuscire gradito a nessuno per eccesso di qualità ed in una contingenza storica particolare. La sua posizione risultò troppo indipendente. Il generale siciliano finì con l’avere tutte le parti contro di sé. Egli era stato un ammiratore del sistema della “nazione armata” sin da prima della guerra ed il conflitto mondiale lo aveva convinto ancor più della necessità di esso. Nel dopoguerra questa teoria godette per qualche tempo di una determinata popolarità ma non uscì mai dai propositi generici; inoltre, l’instabilità politica del paese e la crisi economica ritardavano la possibilità di una vasta ed organica riforma militare.
La riforma Di Giorgio poneva l’accento su un sistema basato in nuclei stabili di limitate forze militari e mezzi molto ampi forniti di dotazioni numerose, moderne ed aperte all’evoluzione tecnica, scientifica e dottrinale; a questi si sarebbero affiancati, per brevi periodi d’addestramento e permanenza ai reparti quadro, i cittadini soldati inclusi gli ufficiali di complemento. Il Di Giorgio si era battuto in favore di queste idee anche alla Camera tra il 1919 ed il 1920; aveva cercato pure di fare opera di proselitismo.
Quando Mussolini, nel gennaio 1924, sciolse la Camera ed indisse le elezioni generali per l’aprile successivo, Di Giorgio era certo di essere il prossimo ministro della Guerra. Egli aderì da indipendente al “listone” fascista, creato dalla legge Acerbo, e collaborò, su designazione di Mussolini, con il ministro Gabriello Carnazza alla elaborazione della lista per il collegio unico regionale siciliano. Fu Di Giorgio ad indurre Vittorio Emanuele Orlando ad entrare in lista con lui. Ciò fu un colpo importante, di portata politica nazionale, messo a segno dal fascismo; l’azione persuasiva del Di Giorgio dovette avere un peso notevole per quell’adesione.
Il 30 marzo il futuro ministro della Guerra tenne il discorso elettorale, nel teatro Mastroieni di Messina. Egli esordì affermando: “Non ho chiesto e non ho accettato la tessera del partito fascista perché soldato non posso conoscere altri doveri che quelli liberamente giurati nell’atto di vestire la divisa”. Non meno sensazionale fu la conclusione con cui terminò il discorso, affermando che di fronte alla marcia su Roma, così come ad Aspromonte e a Fiume, “l’esercito avrebbe sicuramente obbedito al potere legalmente costituito solo se questo potere avesse avuto il coraggio di dare l’ordine della resistenza”, e finì dichiarando come fosse “nella tradizione dell’esercito italiano di vivere estraneo alla politica, strumento fedele nella mani della potestà civile”. Questi stessi concetti egli li ribadì alla Camera e già nella nuova veste di ministro. Sul fatto che l’esercito doveva essere né fascista, né antifascista, ma soltanto esercito regio ed italiano, il Di Giorgio tornò altre volte e prese, provvedimenti in tal senso nei confronti delle forze armate. La linea Di Giorgio era facilitata, in quel momento, dal fatto che essa piaceva a Mussolini, il quale non chiedeva, alle autorità militari, nient’altro che la neutralità; già la semplice obbedienza delle forze armate al suo governo rafforzava il fascismo.
Tuttavia ai ras tipo Farinacci, al fascismo più rozzo ed alla stessa milizia, la cosa non andava a genio, perciò la condotta del ministro della Guerra era da loro mal digerita. Di Giorgio era entrato in carica ai primi d’aprile, subito dopo la riapertura della Camera avvenne l’assassinio dell’on. Matteotti, il fatto politico che produsse una svolta nel fascismo ed indusse Mussolini ad accelerare i tempi per l’instaurazione della dittatura. Fu nella seconda metà del ‘24, in piena maturazione e crescita della crisi politica del fascismo determinata dal caso Matteotti, che Di Giorgio impostò il suo progetto di riordinamento dell’esercito. Il momento non poteva essere meno propizio, specie per un disegno di questo genere.
Com’è noto, in questa fase di incertezza che fece vacillare il fascismo, si verificarono vari e concomitanti intrecci di operazioni di dissenso o di iniziative che miravano alla sostituzione di Mussolini.
Sarebbe eccessivo parlare di piani coordinati o di unità d’intenti e, tanto meno, di saldatura con le opposizioni, in quel momento, rinvigorite dei partiti antifascisti, sia moderati che di sinistra, oltre tutto però incerti e divisi tra loro; tuttavia, in quel periodo, il fermento fu grande, anche in seno al fascismo. Nel dicembre del ‘24 i ministri liberali di destra si dimisero, ma quelli militari, Thaon di Revel e Di Giorgio, rimasero al loro posto dando così la loro solidarietà a Mussolini. Quando già l’oltranzismo fascista stava riguadagnando il terreno perduto, Di Giorgio varò il suo progetto di riforma. E’ chiaro che quando il progetto Di Giorgio fu sottoposto all’esame consultivo del Consiglio Superiore dell’esercito andò incontro al naufragio più completo.

Nel novembre del 1924, il Consiglio Superiore respinse nettamente il documento sottoposto al suo esame. Pochi giorni dopo il ministro dovette rispondere con reticente ambiguità. Ma più imbarazzante fu la discussione in sede di bilancio, avvenuta alla Camera un mese più tardi; tuttavia, non si era ancora alla presentazione del disegno di legge ed il dibattito non andò avanti, ma fu trovato l’espediente per tentare d’assorbirne le generiche critiche.
Nel frattempo, il 17 novembre, il Consiglio dei ministri approvò il disegno di legge ed il 5 dicembre fu presentato al Senato. Ma gli attacchi, dalle più diverse provenienze, crebbero anche sulla stampa. Le resistenze erano state sottovalutate; per cercare d’uscire ostacolo Di Giorgio scrisse ai due marescialli, Diaz e Cadorna, chiedendo il loro parere.
Rispose Cadorna, prima in senso positivo e con qualche riserva marginale, ma poi ritirò l’adesione. Diaz era contrario e con lui tutti i capi più autorevoli dell’esercito; il più tenace avversario del ministro era, però, il generale Giardino. Qualche consenso esisteva, invece, tra i generali in posizione ausiliaria ed in aspettativa. L’iter parlamentare al Senato fu disastroso. La Commissione senatoriale dell’Ufficio di Presidenza approvò la relazione contraria proposta da Giardino, 11 voti contro 2, bocciando quella favorevole avanzata dal di Robilant, unico generale rimasto a sostenere il progetto.
Al Senato, pertanto, si profilava un clamoroso rovescio antigovernativo da parte della maggioranza. In questa situazione rovente e di fronte alle pressioni per ritirare il progetto, il Di Giorgio si intestardì e rifiutò d’abbandonarlo. Mussolini, in quel momento, gli mantenne ancora la fiducia; ma, ormai, non poteva che essere un espediente tattico. Egli non impedì che il progetto giungesse in aula, ma lì avvenne il colpo di scena, secondo il tipico stile ed inventiva del Duce.
Quando dopo un mese di rinvio, dovuto alla “indisposizione” di Mussolini, il progetto fu sottoposto al dibattito, il 1 e 2 aprile, il nuovo ordinamento fu attaccato in modo drastico. Mussolini intervenne con una sortita in apparenza improvvisa con la quale volle mostrarsi in veste di moderatore e pacificatore. Con gesto retorico, Mussolini chiese la sospensione del dibattito per avere il tempo di riesaminare ed approfondire i problemi. Egli, così, abbandonava il ministro, senza rinnegare alcunché, non avendo formalmente ritirato il progetto. Era una soluzione di compromesso che già anticipava l’arrangiamento successivo, scaturito con Mussolini ministro della Guerra (carica che non lasciò più sino al 1943), Badoglio capo di S.M. Generale e Cavallero sottosegretario dei dicastero. Di Giorgio, che non era una persona accomodante e nemmeno un arrivista, dopo un rapido scambio di lettere con Mussolini, si dimise, nello stesso giorno, dalla carica ministeriale che aveva ricoperto per un anno; il 4 aprile le dimissioni venivano formalmente accettate.
Fu il preludio dell’uscita di scena. Egli continuò, ancora per qualche tempo, a far parte della commissione della Camera per l’esame dell’ordinamento Badoglio-Cavallero ed il 29 gennaio del 1926 prese la parola per l’ultima volta intervenendo in modo blando nel dibattito su quell’argomento. L’ex-ministro si dichiarò contrario, avanzò qualche critica, ma affermò di non volersi opporre per motivi di lealtà, rimettendosi alla maggioranza. Era un modo per sottolineare, con quel pacato atteggiamento di distacco, che la sua non era una questione di tipo personale.
Nel frattempo, il generale Di Giorgio aveva ripreso servizio attivo. Fu dapprima capo del Corpo d’Armata di Firenze e poi, nel 1926, al comando di quello di Palermo, secondo il suo desiderio. In Sicilia egli concluse la sua carriera.
Nel giugno del 1927, pronunciò il discorso inaugurale per il I° congresso regionale in favore del rimboschimento isolano. In quello stesso anno entrò in vivace dissidio con Mussolini, per il grave contrasto che l’oppose al prefetto Mori, per i metodi ed i criteri che quest’ultimo impiegò durante la sua indiscriminata repressione del fenomeno mafioso in Sicilia.
Nel 1927 Mussolini fece bloccare il provvedimento di nomina del Di Giorgio a generale designato d’armata. Il 5 marzo 1928 il Di Giorgio, sdegnato del trattamento iniquo che gli era stato riservato e delle accuse ingiuriose lanciate contro la sua persona, ricredendosi nei confronti del sistema fascista, si dimise per protesta dalla carica di deputato e rassegnò anche il comando militare, chiedendo di essere collocato in posizione ausiliaria nell’esercito.
Dopo la definitiva rottura con il regime ed il ritiro a vita privata, egli si raccolse «nell’intimità familiare…, curando l’agricoltura, viaggiando, riordinando le sue memorie che era sua intenzione venissero pubblicate dopo la morte». Questa lo colse improvvisa e prematura il 17 aprile 1932, per crisi cardiaca sopravvenuta al decorso di una operazione cui aveva voluto sottoporsi. Egli non fece in tempo a terminare il libro su La battaglia dell’Ortigara, che stava allora scrivendo, e che venne pubblicato dopo, dato che era quasi ultimato, nei suoi Ricordi della grande guerra (1915-1918), pure già scritti in larga misura, e che più tardi ha pubblicato la Fondazione Whitaker. (*)

(*) Estratto dalla relazione di Giuseppe De Stefani in: Atti del seminario di studio “I Whitaker di villa Malfitano”, tenutosi in Palermo il 16 – 18 marzo 1995, pubblicati dalla Fondazione “Giuseppe Whitaker” con il patrocinio dell’Assessorato dei Beni Culturali, Ambientali e della Pubblica Istruzione della Regione Siciliana nel dicembre 1995.

Salvatore Gerbino

Un Acquedolciano da ricordare

In calce al nome dei personaggi che assurgono all’onore di avere intestata una via o una piazza (in genere e proporzionalmente al “valore” si va dal vicolo al viale, sino alla grande spianata), in alcune città c’è la lodevole usanza di evidenziare il campo in cui si sono distinti: aviatore, chirurgo, scienziato (!!!), scrittore, scultore, ecc..

Se così fosse pure ad Acquedolci, quella intitolata ad Antonino Pertinace (con la e finale) dovrebbe essere completata col suffisso “umanista autodidatta”.

Questo mio lontano parente (Cicero pro domo sua) ha popolato la mia infanzia grazie ai ricordi di mia nonna Ester, sempre pronta a rammentarmi gli aneddoti “dello zio Pertinaci” (con la i finale) che lei stimava oltremodo per questo suo mix di genialità e trascuratezza: mi ricordava sempre che, seppur impossibilitato a completare gli studi scolastici classici, era riuscito a raggiungere una cultura sconfinata da autodidatta con i testi di cui poteva disporre. In ogni caso, la cultura seppur enciclopedica era sempre inferiore all’arguzia e alla stravaganza: risposta salace sempre e per chiunque; abiti rigorosamente senza bottoni e bloccati da spille da balia.

Questo incredibile personaggio dal vago sapore bohemien, in perfetta antitesi con il proprio aspetto trasandato, era capace di tradurre correntemente in latino, senza l’ausilio del dizionario e in tempo reale, qualsiasi testo, quotidiani compresi; conosceva la liturgia della Chiesa a memoria (dai paramenti delle singole festività, alla vita dei santi scandita dal calendario, ecc.).

Come già anticipato, però, il campo nel quale eccelleva e che lo ha reso famoso ed ancora imbattuto è quello della “risposta”: per tutte valga quella volta che un notabile del paese che, pensando di deridere il suo stato di alienato sociale, ha avuto l’infelice idea di dileggiarlo salutandolo con un pompeiano “cave canem”; il Pertinaci, senza nemmeno pensarci, ha controbattuto all’istante con un salace “cave hircum”, evidenziando la conoscenza di qualche segreto familiare.

L’aspetto esteriore molto particolare ha certamente influenzato l’immaginario paesano tanto che per anni è circolato il detto “essiri sistimatu com’a Pertinaci”, ma quel che conta è che l’essenza geniale dell’uomo Antonino Pertinace viene oggi ricordata dalla nostra comunità che celebra un acquedolciano vero uomo di cultura.*

Salvatore Caputo

*Su Pertinace si veda: “Acquedolci (tra cronaca e storia)” di S. Plantemoli

 

SAN LEONARDO MURIALDO
un illustre sconosciuto

A far da corona all’istituto Beata Vergine Assunta dei Giuseppini di Acquedolci vi sono tre strade che, solo da poco tempo, sono state intitolate all’Arciprete Antonino Di Paci, a Padre Ettore Cunial e a San Leonardo Murialdo: mentre in molti sanno che il Di Paci è stato il predecessore del nostro attuale Arciprete Gagliani e colui che ha fatto dono alla nostra Città della presenza dei Giuseppini, in moltissimi hanno conosciuto e sanno chi è il Cunial, ieratico ed indimenticato direttore del nostro istituto in forte odore di santità (si veda www.ettorecunial.net), per assurdo i più sconoscono Leonardo Murialdo, fondatore della Congregazione di San Giuseppe, abbreviato i Giuseppini.
Il mio passato di animatore presso l’oratorio dell’Istituto ha fatto si che entrassi in contatto con questa figura che, come amano dire molti suoi stimatori, è stato eccezionale nella normalità: ai cultori di storia e di diritto del lavoro si potrebbe dire che questo arcigno torinese ha anticipato le azioni sindacali e la profilassi sui luoghi di lavoro; ai neo impegnati cultori del sociale si può garantire che con 100 anni di anticipo ha messo in pratica il termine volontariato; ha pure anticipato i tempi in tema di azione giovanile coi giovani e per i giovani; ha inventato i corsi professionali di avviamento al lavoro leggendo perfettamente i cambiamenti in atto nella società del tempo; pur essendo morto nel 1900 è stato un precursore ed è tutt’oggi attualissimo. Ma ogni interpretazione rischia di andare oltre quello che è stato, a mio modesto parere, lo scopo di vita del Murialdo: seguire l’esempio di Gesù Cristo.
Egoisticamente, per noi di Acquedolci rappresenta il fondatore della Congregazione dei Giuseppini, quindi, di questa impagabile presenza in Città: una forza che, coniugando preghiera e gioco (essenza dell’oratorio), continua ad essere per una moltitudine di ragazzi una stuzzicante alternativa ai “pericoli della strada”.
In estrema sintesi è possibile riassume la sterminata mole di attività, interessi e risultati conseguiti da questo prete divenuto santo “sul campo”, semplicemente rammentando che quale esempio a cui ispirarsi, non a caso, ha scelto lo sposo della Madonna e che il motto che campeggia in tutte le opere / istituti dei Giuseppini è FARE E TACERE: ogni commento rischia di essere superfluo.
In conclusione, il pensiero non può non andare ai tanti Giuseppini che hanno animato e reso migliore il nostro istituto e la nostra vita. Per tutti ricordo con grande affetto e un pizzico di emozione padre Mario Luci, l’economo per antonomasia, lo pseudo burbero, il cultore di Virgilio, il discreto dispensatore di consigli capace in qualsiasi momento di dispensare pillole di saggezza trilussiane (*).

Salvatore Caputo

(*) Carlo Alberto Salustri in arte Trilussa, poeta dialettale romano

 

LUIGI RIZZO
intrepido eroe milazzese del mare

Le città siciliane, e non solo, si distinguono per avere intitolata una delle proprie vie a colui che è stato definito uno dei più coraggiosi marinai di tutti i tempi, ovvero, l’Ammiraglio Luigi Rizzo, milazzese doc, nato l’8 Ottobre 1887 e morto il 27 Giugno 1951.

Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro;
Medaglia d’Oro al Valore Militare (Rada di Trieste, notte fra il 9 e il 10 dicembre 1917);
Medaglia d’Oro al Valore Militare (Costa dalmata, notte sul 10 giugno 1918);
Medaglia d’Argento al Valore Militare (Alto Adriatico, novembre 1915); Medaglia d’Argento al Valore Militare (Alto Adriatico, maggio 1917); Medaglia d’Argento al Valore Militare (Litorale Nord Adriatico, ottobre-novembre 1917);
Medaglia d’Argento al Valore Militare in commutazione della Medaglia di Bronzo al Valore Militare concessa con R.D. 21-5-1918 (Buccari, febbraio 1918);
2 Croci di Guerra al Valore Militare (in commutazione di altrettante Croce di Guerra al Merito).

Se consideriamo che, purtroppo, il più delle volte, le alte onorificenze militari si attribuiscono a persone ormai morte, riusciamo a capire, seppure non integralmente, le gesta di colui che è stato il più grande eroe della provincia di Messina, se non dell’intera Sicilia.
Non vi è dubbio che il nome di Rizzo è legato al Motoscafo Anti Sommergibile, meglio conosciuto come M.A.S. (acronimo pure del dannunziano motto memento audere semper – ricordati di osare sempre), quindi alla X^ Flottiglia MAS che, tra le azioni ardite portate a termine, annovera certamente la più eclatante, ovvero la così detta Beffa di Buccari, svoltasi nella omonima baia (in croato Bakar) nel corso dell’ultimo anno del primo conflitto bellico mondiale.
In realtà, pur non producendo risultati particolari, ebbe l’effetto di risollevare il morale italiano, soprattutto dopo lo sfondamento di Caporetto di alcuni mesi prima.
In breve, i M.A.S., comandati del capitano di fregata Costanzo Ciano, con Gabriele d’Annunzio a bordo del MAS 96 “Animoso“ dell’allora tenente di vascello Luigi Rizzo, riuscirono a intrufolarsi per oltre 80 chilometri tra le difese costiere nemiche e raggiunsero la baia di Buccari, dove lanciarono sei siluri contro alcune navi avversarie. Cinque siluri non esplosero, impigliandosi nelle reti di protezione dei piroscafi alla fonda, mentre uno, esplodendo, diede l’allarme. Le unità italiane riuscirono successivamente a riguadagnare il largo tra l’incredulità dei posti di vedetta austriaci, che non credevano possibile che unità di superficie italiane fossero state in grado di entrare fino al porto, e quindi non reagirono con le armi ritenendo che le unità in transito fossero naviglio austriaco.
L’impresa di Buccari, quindi, ebbe una grande risonanza, in un periodo della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano avendo un'incredibile importanza. A tale episodio venne data particolare enfasi da parte di Gabriele d'Annunzio, che abilmente orchestrò i risvolti propagandistici dell’azione lasciando in mare davanti alla costa nemica, tre bottiglie ornate di nastri tricolori recanti un satirico messaggio a cui si fa rimando per ragioni di spazio.
Un eroe di tal fatta merita un maggiore e migliore ricordo, magari con l’intitolazione – come succede in pressoché tutte le città marinare siciliane, di un lungomare (in previsione di realizzarlo) anziché, non me ne vogliano i residenti, una via pressoché chiusa come accade oggi.

Salvatore Caputo

Il Generale ARMANDO DIAZ

Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12 – “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”. F.to Diaz.
Alcuni aneddoti sono legati al famoso Bollettino della Vittoria della prima guerra mondiale: il più eclatante è dato dalla larga diffusione – soprattutto in Emilia Romagna, negli anni post bellici, del nome Firmato che, una moltitudine di neonati, si sono visti affibbiare nell’erronea convinzione che l’abbreviazione nel linguaggio burocratico fosse realmente il nome di battesimo del Diaz; nel mio piccolo, qualche tempo addietro, in un comune del napoletano – se non erro Pollena Trocchia, sono stato colpito che una lapide su cui era riportato il bollettino che risultava firmato Ramon Diaz, con chiaro riferimento all’idolo calcistico di quegli anni.
Per noi Acquedolciani, in ogni caso, Via Diaz è da sempre l’arteria più importante del paese e,  soprattutto, la strada delle scuole elementari.
In realtà, la fama di questo militare napoletano è correttamente ancorata alla data dell’8 novembre 1917 quando fu chiamato a sostituire Luigi Cadorna nella carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano dopo la disfatta di Caporetto e con un esercito devastato soprattutto da una condotta disumana dei propri ufficiali.
La sua nomina accolta con sorpresa, fu preceduta da una medaglia d’Argento per ferita e da un altro episodio cruciale: il Re, in visita nelle retrovie, si era fatto annunciare a Diaz ma, questi, occupato sul campo, lo fece attendere poi scusandosi dell’impegno più urgente che aveva in quel momento: Vittorio Emanuele III rimase folgorato da questo ufficiale dedito al lavoro e alla cura dei soldati e se ne ricordò al momento di sostituire Cadorna.
Il Gen. Diaz, grazie all’esperienza nello Stato Maggiore di Cadorna, decentrò molte funzioni ai sottoposti, riservandosi il ruolo di controllo nel gioco di squadra, rese più umane (per quanto ciò possa essere considerato tale durante una guerra) le condizioni della truppa riducendo i periodi di trincea ed aumentano le licenze.
Concentrando la difesa su un fronte meno ampio, riuscì a contenere l’offensiva austro-ungarica della cosiddetta Battaglia del solstizio (15 – 23 giugno 1918), che vide gli italiani, finalmente rincuorati, resistere all’assalto. Gli austro-ungarici persero le loro speranze anche perché il paese era ormai a un passo dal baratro, assillato dall’impossibilità di continuare a sostenere lo sforzo bellico sul piano economico e soprattutto su quello morale per la molteplice composizione dello asburgico. A questo punto, Diaz ebbe l’intuizione di anticipare l’offensiva prevista per il 1919 ad ottobre del 1918 che, pur con condizioni climatiche proibitive, si rilevò la mossa vincente.
Nato a Napoli il 5/12/1861 morì a Roma il 29/2/1928 dopo avere ricoperto la carica di: generale dell’esercito italiano, di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito durante la prima guerra mondiale, di ministro della guerra e, da ultimo, di Maresciallo d’Italia.

Salvatore Caputo